Un Ponte per la Pace

Un Ponte per la Pace

Giochi di carte proibiti.

Parlare di Pace di questi tempi è un po’ complesso o forse troppo semplice. Ad eccezione di qualche psicolabile, tutti vorremmo in un mondo tranquillo, dove i conflitti fossero gestiti in maniera civile. Il problema è il prezzo da pagare per avere quale tipo di pace. In ogni caso, qualsiasi occasione che permetta di confrontarsi su una questione come questa, va bene: parlarne, è meglio che starsene in silenzio.

Il prossimo 22 aprile, in occasione dell’Earth Day 2022 proprio qui sotto al Ponte ci sarà una giornata di confronto organizzata da Maurizio Bargiacchi, proprio su questa questione; e spero che l’influenza benevola del Ponte, un ponte che per una volta non è stato creato dall’uomo e che quindi l’uomo farebbe fatica a distruggere, serva ad accrescere la consapevolezza che la Pace, per sua stessa natura, è un concetto un po’ complesso anche se di per sé molto semplice.

La gallina ritrovata e il muratore acculturato.

La gallina ritrovata e il muratore acculturato.

Armistizio Roccafluvione

Di questi tempi, di cose da fare ne ho. Ma un’oretta, quando posso la passo a rovistare tra la montagna di carta quasi polverizzata dal tempo, conservata dentro qualche cassetto nella Casa sul Ponte. E se ne trovano di cose strane.

L’immagine di copertina di questo post è una di queste. Si tratta del Protocollo del Comando Manipolare del Comune di Roccafluvione degli anni 1928-1931 che aveva proprio la sede in una casa di fronte al Ponte. Ora, come fa a stare qui? Ci sta perché mio nonno, dopo poco più di 20 anni di servizio nei Reali Carabinieri di Sua Maestà ‘Sciaboletta’, se ne era ritornato al paesello e da buon pensionato dello Stato, a 39 anni (leggasi ‘trentanove’) invece di mettersi a guardare un cantiere, si infilava in tutte le attività socio-politico-religiose che riusciva a trovare. Vi anticipo: era un baby-pensionato, certo, ma di quelli che s’era beccato un paio di terremoti in Calabria, quello devastante di Messina nel 1908, l’eruzione del Vesuvio del 1906 (che fu la peggiore del secolo scorso – causò centinaia di morti), oltre ad essersi fatto un paio di anni di fronte nella Grande Guerra, con un paio d’occasioni in cui aveva anche rischiato di lasciarci la pelle.. Insomma, un baby-pensionato di quelli ‘seri’. Al suo ritorno al paese, nel 1923 non poteva stare a girarsi i pollici:  quindi, tra le altre cose, aveva aperto una produzione di bibite, era diventato Presidente della locale Associazione dei Cacciatori, s’era messo a coltivare patate, pomodori e zafferano, e… era diventato capo del locale Manipolo della Milizia, di cui s’era fatto piazzare la sede vicino casa, per non fare troppa strada (si sa , a 40 anni, cominciano i primi acciacchi).

Il Protocollo: uno spaccato di Piccola Grande Storia.

Questo quadernone è l’unico che ho trovato, forse perché solo in quegli anni mio nonno è stato a capo del Manipolo o forse perché gli altri quadernoni sono andati perduti. Fatto sta che nel centinaio di pagine di cui è composto il quadernone, si trova un po’ di tutto, comprese alcune storie che ben inquadrano la vita dell’Italia di paese del ventennio. Quella della gallina e dell’offesa al Duce, ad esempio, sono emblematiche. Qui in fondo trovate gli scatti che ho fatto. Non ho cancellato i nomi perché si tratta di storie i cui protagonisti hanno lasciato questo mondo da molti decenni, oltre al fatto che non mi stupirei se le colpe che sono state loro attribuite fossero prive di qualsiasi fondamento, a parte la follia della regola da cui queste colpe scaturivano.

La gallina trafugata e ritrovata.

Comunque, dalla nota, pare certo che una gallina fosse stata trafugata e il colpevole sbattuto in galera: il rapporto non da adito a dubbi. I militi che con solerzia procedettero all’arresto, effettuarono così accurate indagini che già il giorno dopo il furto, avvenuto intorno alle 20:00 del 25 settembre 1928, il pericoloso furfante di anni 68 (che probabilmente aveva lo stomaco vuoto) era già nelle locali carceri a scontare la pena. Mi vedo davanti la scena dal Pinocchio di Comencini con il giudice Vittorio De Sica e il suo copricapo nero funereo, assistito da paffuti RR. CC. con pennacchio di ordinanza, che indica la porta della cella.

 Il muratore tradito.

Ma ci sono altri episodi che fanno meno ridere tipo quello che muratore ascolano a cui non è stata risparmiata la sua frase poco riguardevole nei confronti di S. E. il DVCE. Qualche solerte e militante contadino a cui l’apprezzamento nei confronti del Capo del Governo non era piaciuta, aveva fatto il suo bell’atto di delazione; o magari aveva subito un torto dal muratore e trovato la maniera migliore per fargliela pagare. Risultato: 6 mesi di reclusione, 600 lire di multa e spese processuali da pagare, solo per quel:”Abbasso Mussolini, quel carbonaio figlio di brigante”. Una frase più da docente universitario che da muratore marchigiano: il che fa già immaginare come davvero fossero andate le cose.

L’8 Settembre di Roccafluvione

L’8 Settembre di Roccafluvione

Armistizio Roccafluvione

In Italia, l’8 settembre è una data che ancora si ricorda; e a ragione. È stato uno dei tanti momenti bui della Storia d’Italia, forse uno dei più terribili del secolo scorso. L’8 settembre 1943 finiva una guerra, quella contro gli Alleati, e ne iniziava un’altra, quella tra italiani: la prima era stata devastante, della seconda, ancora paghiamo le conseguenze.

Quando nella serata dell’8 settembre Radio Algeri comunicò la notizia dell’Armistizio, mossa con la quale Eisenhower costrinse Badoglio a renderla ufficiale anche in Italia, l’Armistizio era realtà da 5 giorni. Il generale Castellano lo aveva firmato a Cassibile intorno alle ore 17:00 del 3 settembre, ma per essere vigente, doveva essere reso pubblico, cosa che avvenne, appunto, l’8 settembre.

La segretezza della firma, in effetti, è sempre stata un certezza storica. Tutti sapevano che l’Italia si sarebbe sganciata presto dall’Asse, ma ancora nella riunione del pomeriggio del 3 settembre Badoglio non ne fece parola con nessuno dei presenti: e alla riunione c’era mezzo governo e quasi tutti i più alti rappresentati delle Forze Armate.

Si è sempre detto che nei 5 giorni trascorsi, pochi, a livelli immediatamente inferiori a quelli apicali, sapessero della firma. In realtà, probabilmente non fu così.

Il documento che vedete qui è unico. L’ho trovato tra le carte di mio nonno che fino al’1 settembre del 1943 era ancora potestà del comune di Roccafluvione ma che fu rimosso e sostituito dal Cav. Alessandro Alfonsi (“archivista capo della Reale Prefettura”, così si legge nel documento) con nomina prefettizia.

A Roma avevano già previsto tutto, e in tutte le amministrazioni comunali, anche le più minuscole, già qualche giorno prima della firma di Castellano erano cominciati i passaggi di consegna. È fa ancora più impressione constatare che con un minimo di organizzazione in più si sarebbero potute organizzare le decine di migliaia di soldati sparse per tutto il Mediterraneo e impedire Cefalonia, Coo o Rodi.

Fu una pagina terribile: voltammo le spalle ad un alleato folle, ma sempre alleato; e non fummo in grado neanche di organizzare quel poco di forze armate che una guerra sbagliata non aveva ancora spazzato via.

Ci facciamo una partitella a Maccao?

Ci facciamo una partitella a Maccao?

Giochi di carte proibiti.

Come sia finito questo foglio nelle carte di mio nonno, davvero non lo so. 

Parla di una rivendita di vino, probabilmente un’osteria che si trovava in una frazione di Roccafluvione, Pedara, che ancora oggi esiste, e anzi conserva una stupenda chiesa fortezza  di cui trovate qualche notizia qui, in un mio vecchio post e in un pregevole lavoro di Furio Cappelli che vi consiglio di leggere.

È una di quelle tabelle, che sia appendevano negli esercizi aperti al pubblico (osterie, rivendite di vino, etc.) e che declinavano gli elenchi dei giochi vietati in quell’esercizio. Non che in case private si potessero fare; anzi, si finiva a giocare proprio lì a zecchinetta, ad esempio. Le soffiate, che non erano per niente poche, portavano a perquisizioni ed arresti, non c’era questa grande attenzione per la privacy agli inizi del secolo scorso.

Più spesso i giocatori la scampavano dall’ordine costituito, ma finivano a mendicare per strada, o prendersi a coltellate.

Fatto sta che in questo foglio di 115 anni fa c’ho sbattuto il naso proprio l’altro giorno e la cosa che mi ha colpito di più non è stato l’anno, ma l’elenco dei giochi. Qualcuno lo conoscevo appena, ma altri (Maccao: che diavolo è, per esempio?) non sapevo neanche esistessero. 

Vi lascio il divertimento di cercarveli su Internet: ammesso che ne troviate notizia.

Curre, curre… Lù Macaròsce!

Curre, curre… Lù Macaròsce!

Vivace. Chi da molto piccolo combinava disastri  di tutti i colori, veniva definito vivace, perché carogna, delinquente, figlio di buona donna era  troppo per dei ‘pezzi di cuore’ e soprattutto poteva mettere in dubbio le capacità educative di madri e padri, oltre che quelle genitoriali. Per chi aveva pochi anni (ma anche qualcuno di più), dei rimedi esistevano. Uno era proprio il Macaròsc(e) – metto tra parentesi la ‘e’, perché nei dialetti dalle parti del Ponte, le vocali a fine parola scivolano via in un sibilo, più o meno lungo.

Il Macaròsc(e) (o Macaròce) era un essere indefinito, comunque grosso, brutto e puzzolente, di solito barbuto e con i capelli lunghi e mal curati, una roba come l’uomo nero, più o meno. Il suo scopo era uno solo: romperti le balle quando facevi quello che più ti piaceva o farti fare quello che non volevi fare. 

Da dove provenga questo termine non ne ho la più pallida idea. Su internet non ne ho trovato traccia e se lo chiedi qui intorno, ti sanno solo dire ciò che avete già letto. Quello che trovate appiccicato sulla Casa sul Ponte, a pochi passi dal Chiesa è venuto fuori qualche anno fa, opera di non so chi, ma mi è sembrato divertente ritrovarmi un pezzo d’infanzia sotto casa e pensare che il Macaròsce, che per mesi mi ha reso la vita tormentata, avesse quella faccia lì.

Ancora oggi, in famiglia, continuiamo ad evocarlo quando ci vengono fuori facce strane o espressioni cupe: “Sembri un macaròsce conciato in quel modo”; “Ma che è quella faccia? Hai visto un macaròsce?” 

Alla fine, la storia è sempre la stessa: quello che ti impressiona in tenera età te lo porti dietro anche quando finisci di credere alle favole e cominci a pensare che per quanto paurose, quelle favole siano molto meglio della realtà.

Eccitante quella cellula.

Eccitante quella cellula.

Sono dovuto andarmela a cercare per togliermi il dubbio che quei termini nascondessero qualcosa di scabroso. Vi risparmio la spiegazione, roba da cinefili ma comunque molto interessante. Per tagliare corto, la cellula eccitatrice era la responsabile del sonoro nelle pellicole cinematografiche; e mi fermo qui. Ma vi racconto invece che due miei zii acquistarono l’attrezzo che vedete nelle foto per portare i primi film in una stanza del comune di Roccafluvione una sessantina di anni fa.

Per chi non aveva idea di esseri umani se non in carne ed ossa, vedersi spuntare da una parete Gesù crocefisso sul Calvario, o San Francesco che ammansisce un lupo, non era cosa da poco.

Lo racconta chi era bambino alla fine degli anni ‘50 e oggi si fa ancora delle grasse risate ripensando alle vecchie contadine che urlavano e piangevano e pregavano mentre la pellicola riproduceva i passi del Vangelo. Racconta anche che nei periodi di maggiore tensione della proiezione, lui, che aveva l’età giusta per combinare guai, si infilava tra le sedie, alcune portate da casa, e faceva schizzare qualche spettatore ipnotizzato, con il classico “Bu!” a cui seguiva il lancio di bastoni e borse. Poi c’erano quelli che alzavano il braccio proiettando le ‘corna’ sullo schermo, chi tossiva in continuazione, chi veniva vestito come andasse a messa, chi usava l’oscurità per strappare qualche promessa per il dopo cinema.

Il più tecnico dei miei due zii era l’addetto alla proiezione; l’altro, nato organizzatore, staccava i biglietti e presentava i film.

Poi la televisione e della cellula eccitatrice rimase solo quella scritta sul pannellino, lì, dove sta adesso, accumulando polvere come probabilmente continuerà a fare per il futuro.