Eccitante quella cellula.

Eccitante quella cellula.

Sono dovuto andarmela a cercare per togliermi il dubbio che quei termini nascondessero qualcosa di scabroso. Vi risparmio la spiegazione, roba da cinefili ma comunque molto interessante. Per tagliare corto, la cellula eccitatrice era la responsabile del sonoro nelle pellicole cinematografiche; e mi fermo qui. Ma vi racconto invece che due miei zii acquistarono l’attrezzo che vedete nelle foto per portare i primi film in una stanza del comune di Roccafluvione una sessantina di anni fa.

Per chi non aveva idea di esseri umani se non in carne ed ossa, vedersi spuntare da una parete Gesù crocefisso sul Calvario, o San Francesco che ammansisce un lupo, non era cosa da poco.

Lo racconta chi era bambino alla fine degli anni ‘50 e oggi si fa ancora delle grasse risate ripensando alle vecchie contadine che urlavano e piangevano e pregavano mentre la pellicola riproduceva i passi del Vangelo. Racconta anche che nei periodi di maggiore tensione della proiezione, lui, che aveva l’età giusta per combinare guai, si infilava tra le sedie, alcune portate da casa, e faceva schizzare qualche spettatore ipnotizzato, con il classico “Bu!” a cui seguiva il lancio di bastoni e borse. Poi c’erano quelli che alzavano il braccio proiettando le ‘corna’ sullo schermo, chi tossiva in continuazione, chi veniva vestito come andasse a messa, chi usava l’oscurità per strappare qualche promessa per il dopo cinema.

Il più tecnico dei miei due zii era l’addetto alla proiezione; l’altro, nato organizzatore, staccava i biglietti e presentava i film.

Poi la televisione e della cellula eccitatrice rimase solo quella scritta sul pannellino, lì, dove sta adesso, accumulando polvere come probabilmente continuerà a fare per il futuro.

Prima di essere fiori.

Prima di essere fiori.

È un lavoraccio, si sa, altrimenti non avrebbe il valore che gli diamo. E non solo perché la terra sta in basso, forse quello è il meno, visto che lo zafferano è una pianta ‘misantropa’, se ne sta bene solitaria e poco curata. I

l lavoraccio sta sì nella semina e nella raccolta, nel togliere le erbacce che ricoprono la terra senza sosta, ma sta soprattutto nella selezione, nella scelta dei migliori bulbi che dovranno dare i migliori stimmi. Perché sono i bulbi, quelle pallozzole scure che vedete nella fotoqui sopra che daranno i fiori e questi gli stimmi.
Si parte da quegli ovali gibbosi e legnosi che dopo mesi daranno fiori, che dopo un lento e continuo procedimento daranno gli stimmi dello zafferano.

Come molte cose belle e buone della vita, l’origine dello zafferano non è proprio un esplosione di bellezza e profumo.

Aggiornamento di ottobre 2022.

Finalmente ce l’abbiamo fatta! È online il nostro sito realizzato per la prima produzione decente di zafferano. Abbiamo recuperato tutte le storie che giravano sopra ed ora, eccolo qua! www.zafferanopontenativo.it

Speriamo vi piacciano sia il sito che lo zafferano!

Quei fiori viola.

Quei fiori viola.

Ho cominciato a sentire parlare di zafferano quando venivo nella Casa sul Ponte a passare i mesi di svago estivo dopo le fatiche (si fa per dire) della scuola. Mio zio raccontava che mio nonno si era appassionato allo zafferano a tal punto da portarsene via dei bulbi dall’Abruzzo, dove aveva lavorato; li aveva piantati nell’orto e nel giardino e ne utilizzava il prodotto essiccato per la cucina.

Il risotto alla milanese è sempre rimasto tra i cibi che consumavamo più spesso, perché mia madre si trascinava nelle ricette questa storia giallo-ocra e la riproponeva spesso nelle sfumature più diverse. Nessuno dei miei zii aveva continuato la coltivazione della spezia, ma ogni tanto si vedevano spuntare nel giardino questi fiori violacei che duravano un attimo.

Per me erano fiori come tutti gli alti, solo un po’ strani, erano bassi e sparivano subito.

Mio fratello se ne portò via qualcuno e cominciò a coltivarlo; parlava di Navelli, che da lì nonno avrebbe portato a Roccafluvione i bulbi di zafferano, che era una coltivazione difficile, dove la terra doveva essere in un certo modo ed il lavoro manuale era infinito, che secondo lui non viene fuori niente, etc. etc.

Adesso lo zafferano è tornato a crescere in giardino, poche piante per toglierci lo sfizio di mangiare qualche buon piatto di risotto, fatto con vero zafferano locale, la parte migliore degli stami. E credetemi, non c’è paragone con quello che comprate in un supermercato e con il divertimento di coltivarlo.

Era lui, Hans…

Era lui, Hans…

Nel post che trovate qui parlavo di Hans, un soldato romeno che faceva da interprete al comandante della Wehrmacht che nell’estate del 1944 aveva stabilito il proprio quartier generale nella Casa sul Ponte.

Fino a poco fa, non sapevamo neanche se il suo vero nome fosse Hans. Poi questo brandello di carta, forse scritto proprio da Hans, che, come si può vedere era davvero rumeno, (mia nonna  deve aver scritto sotto il testo ‘Rumania’). Hans faceva Hūdetz di cognome ed era un caporale (notate l’abbreviazione Gefr. – sta per Gefreiter). veniva da Brezon che è un villaggio ai confini con la Serbia. In tedesco Brezon era Bersondorf e durante la prima guerra mondiale faceva parte dell’impero austro-ungarico. A Brezon, tra le due guerre ci dovevano essere praticamente solo abitanti di lingua tedesca, come si evince dall’elenco dei caduti in guerra che ho trovato qui: http://www.denkmalprojekt.org/2019/bersondorf-chronik_gde-forotic_kreis-caras-severin_banat-rumaenien.html

Il nome di Hans, non c’è, quindi deve averla sfangata. Un Hans Hudertz visse ad Amburgo nel secolo scorso e poteva essere lui visto che la sua data di nascita era 1915 e di norte il 1980; chissà, forse aveva salvato la pelle e aveva scelto di vivere nella nazione per la quale aveva combattuto.

Ripercorrere la vita di qualcuno la cui esistenza ha sfiorato seppure per un momento quella di un nostro caro, fa sempre un certo effetto.

“Non è giusto!”

“Non è giusto!”

ii…allorché accertamento identità personale dei responsabili nonest possibile rimane ai comandanti il diritto et il dovere di estrarre a sorte tra tutti gli indiziati alcuni militari et punirli con la pena di morte.

Non ho conosciuto 3 dei miei 4 nonni, i miei genitori erano i loro due ultimi figli, i tempi poi si allungarono ulteriormente, perché a mio padre, come ad ogni carabiniere, non era permesso di sposarsi prima dei 30 anni.

Va da sé che le storie che i nonni raccontano ai nipoti, nel mio caso subirono la mediazione di zii e genitori.  Una di queste, mi venne raccontata quando avevo una decina d’anni, e mi sembrò subito così poco credibile da rimanermi in mente fino a quando non cominciai a capire come funzionano le cose a questo mondo. Qualche giorno fa, poi, quando ho trovato il pezzo di carta che leggete sotto il titolo, ho avuto la conferma che quella che mi sembrava una follia, non era altro che quello che viviamo ogni giorno, anche se i nostri  momenti di vita sono sicuramente meno cruenti.

La storia raccontava di mio nonno, vice brigadiere dei Reali Carabinieri, a cui nel gennaio del 1917 fu affidato il comando del carcere militare di guerra del 7° Corpo d’Armata, corpo che faceva parte della 3ª Armata che operava nel basso Friuli, l’Armata del Duca Invitto, Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta. Durante la Prima Guerra Mondiale, i Carabinieri si trovarono spesso a saltare fuori dalle trincee e buttarsi addosso agli austro-ungarici, ma il più delle volte il loro compito era di ordine militare, svolgevano funzione di polizia militare. Tradotto, gestivano carceri, operavano le traduzioni di rivoltosi e renitenti, arresti, fucilazioni e in più di un episodio si trovarono ad ubbidire a ordini che prevedevano di sparare direttamente a chi si ritirava da un assalto: difficile trovare un lavoro più schifoso.

Non posso sapere se mio nonno abbia ubbidito ad ordini di questo tipo; so, per certo, che ebbe molto a che fare con detenuti e carceri.  Al tempo, sulla linea del fronte, la nozione di ‘carcere’ era piuttosto fluida, visto che i luoghi di custodia dovevano essere spostati perché bombardati dagli austro-ungarici o perché si riempivano all’inverosimile di insubordinati e disertori, modi poco carini di chiamare chi aveva voglia di vivere. Quindi, un carcere vero e proprio non esisteva; esistevano luoghi, caserme o grandi edifici, che venivano scelti per esigenze momentanee di detenzione.

La storia raccontava anche come, mio nonno, in quelle sue funzioni, fosse stato costretto a comandare un plotone di esecuzione per una fucilazione di alcuni rivoltosi. Diceva anche che quei soldati erano del Sud, mio nonno li aveva riconosciuti appena li aveva sentiti parlare, perché era stato mandato a Messina qualche anno prima, a tirare fuori gente dalle macerie del terremoto.

Molti di quei soldati, non avevano nulla a che fare con quella rivolta, la unica loro colpa era che il numero di matricola estratto per essere messo al muro fosse il loro

Raccontava pure che per quanto avesse cercato di sottrarsi a quel compito odioso, sapeva che se non lo avesse fatto lui sarebbe toccato a qualcun altro. In ogni caso le fece di tutte: cercò di prendere tempo, di far presente che quei poveri ragazzi che a stento parlavano qualche parola di italiano, spediti a combattere una guerra che non sapevano neanche contro chi stessero combattendo, si misero ad implorarlo di non ucciderli, che non potevano essere ammazzati proprio da coloro al fianco dei quali combattevano: che non era giusto. Già… ‘che non era giusto’.

La storia finiva con mio nonno che chiedeva di essere trasferito, con lo scontato diniego rafforzato da quel ‘è un ordine’ che non ha nessun legame con il buonsenso, e la promessa, fattagli dal suo diretto superiore, che avrebbe fatto di tutto per non farlo promuovere a brigadiere. 

Mio nonno raccontava di quella fucilazione appena venisse fuori la parola “guerra” in una conversazione; non se ne liberò mai più. 

A questa storia io non credetti mai del tutto; no, non che non avessi fiducia in mio zio, no; il fatto è che, come tutte le storie di guerra, la ritenevo accresciuta un po’ dalla felicità di essere lì a raccontarla; e un po’ dallo stupore che si vuole suscitare in chi Le ascoltava.

Poi la lettera. È una lettera che mio nonno scrisse al Comando dell’Arma, di quelle che servono per richiedere che la promozione che aveva conseguito sul campo gli fosse riconosciuta con qualche mese di anticipo; brigadiere c’era poi diventato comunque, ma la promessa del tenente era riuscita a portargli via qualche mese di stipendio: insomma, tutto per tirare su qualche soldino. Alla  lettera c’è allegato un dattiloscritto con  il suo stato di servizio durante la guerra, le vicende di quell’anno e mezzo, i nomi di coloro che potevano testimoniare che, lui, sì, aveva fatto il suo dovere, più del suo dovere.

Un punto della lettera mi ha fatto venire in mente la storia della Brigata Catanzaro, ma solo per assonanza temporale, visto che nella lettera si parla dell’estate del 1917 e la rivolta – e conseguente decimazione – della ‘Catanzaro’ avvenne in quel periodo. Questo episodio è uno dei più tragici della Prima Guerra Mondiale, ne trovate la descrizione sul web in decine di siti. Per tagliare corto, i ragazzi della ‘Catanzaro’, tutti provenienti dal Sud Italia, furono costretti a turni massacranti di fronte e tutti con perdite rilevanti. Ne venne fuori una rivolta proprio nel momento in cui l’ennesimo turno di riposo fu decurtato. Molti di loro si ribellarono, spararono sui compagni e sui carabinieri che li andavano a prendere e furono passati immediatamente per le armi. Quelli che rimasero, furono rispediti al fronte scortati proprio dai carabinieri. Nel tragitto, alcuni di loro cominciarono a gettare dai mezzi su cui si trovavano i caricatori dei fucili, in segno di protesta. Appena i comandi se ne accorsero fecero fermare il convoglio e non potendo ottenere i nomi di chi aveva fatto quel gesto, procedettero alla decimazione della brigata: uno ogni 10 fu portato a Saciletto, dove si trovava in quel momento il carcere del 7° Corpo d’Armata, e lì, fucilati immediatamente.

Porta tutto. In quei giorni mio nonno si trovava a Saciletto, probabilmente ebbe a che fare davvero con quel plotone di esecuzione, visto che ai carabinieri era devoluto il compito delle fucilazioni, oltre che il mantenimento dell’ordine militare e civile.

Che mio nonno abbia avuto parte o meno nella vicenda dei ragazzi della ‘Catanzaro’, rimane il fatto che anche nella Grande Guerra non ci siamo fatti mancare una buona dose di nostrana idiozia.

 

“Non andate a lavorare.”

“Non andate a lavorare.”

Mia nonna ripeteva che le sue figlie non avrebbero mai dovuto lavorare. Non che fosse una fascista reazionaria, tutt’altro; è che proprio non ce la faceva più. 7 figli (4 non erano neanche i suoi, ma li aveva ereditati dal precedente matrimonio di mio nonno), una casa da mandare avanti e soprattutto il lavoro che consisteva in qualche decina di bambini di età variabile tra i 6 e i 12 anni, alcuni delle vere e proprie canaglie, tutti lontani da qualsiasi cosa possa assomigliare a degli scolari modello.

Riuniti in una sola classe, una mattinata a scuola doveva essere piuttosto stressante per una giovane maestra di una trentina d’anni che si doveva inventare una decina di lezioni differenti ogni gorno. Guardate questa foto, sarà di metà degli anni ’30, una di quelle foto che si fa una volta l’anno e che vi deve vedere sorridenti e in tiro, a manifestare le ‘magnifiche sorti e progressive’ del genere umano: qualche bimbo abbozza un sorriso, un sorriso che certo non traspare sul volto di mia nonna.

La scuola si trovava in una zona a poche centinaia di metri da Ponte Nativo, sulla strada che va verso la frazione di Casacagnano, nel’edificio che adesso ospita un B&B, che porta il nome della scuola, Villa Filetta.

Finita la scuola, si tornava a casa e c’era un’altra sfilza di bambini tra i 2 e i 15 anni da accudire. per fortuna, i primi nati davano una mano, fin da molto piccoli, ognuno doveva fare il suo e prendersi cura dei più piccoli; funzionava così in ogni casa, che fosse la casa di pietra e legna di poveri mezzadri o quella meno modesta del sindaco: l’unica differenza era che il sindaco poteva avere disponibilità di qualche soldo, con i quali c’era davvero poco da comprare di quello che serviva davvero.

Mia madre raccontava che mia nonna finiva le giornate letteralmente prostrata. “Non dovete studiare, trovate un uomo buono e fatevi una famiglia, altrimenti farete la mia stessa fine.” ripeteva  alle due piccole del gruppo, che fecero come mia nonna disse loro di fare; ma che la sera andavano a dormire sfibrate nè più ne meno di quanto non finisse la loro madre.